Brigitte, belle et rebelle [cultura]

Brigitte Bardot Viva Maria

C’è una sola donna che ha rappresentato per generazioni – e rappresenta ancora oggi – il simbolo della bellezza di Francia: Brigitte Bardot. Solo BB ha saputo ergersi a emblema di quella femminilità d’Oltralpe che ci ha sempre fatto sognare le donne parigine, facendocele immaginare tutte come lei: libere, belle e ribelli. Brigitte Anne Marie Bardot nasce a Parigi nel 1934 e cresce in un periodo di profonda trasformazione e maturazione del cinema mondiale; in quegli anni che vedono l’industria cinematografica entrare prepotentemente nell’immaginario della gente comune, condizionando le mode e le abitudini in Europa e negli Stati Uniti.

Risalgono ai primi anni ’50 le prime comparse in film francesi, in cui la Bardot diviene sin da subito celebre grazie alla straordinaria bellezza e alla profonda sensualità. Basti pensare che in questo periodo solamente un’attrice le può essere accostata per qualità e femminilità: si tratta di Marylin Monroe. BB diventa, magari suo malgrado, un’icona del mondo femminile, contribuendo addirittura a lanciare nuove mode e nuovi stili di vita; non dimentichiamo che è anche merito suo e di alcuni suoi film se il bikini si afferma nel dopoguerra come capo d’abbigliamento femminile, nonostante le pesanti critiche, soprattutto negli Stati Uniti, in cui determinati comportamenti erano visti come scandalosi e immorali.

In seguito a un sofferto soggiorno a Hollywood, ha inizio un periodo travagliato della carriera e della vita di BB; si allontana da Parigi, ritirandosi nella Francia meridionale e tentando addirittura il suicidio. Parallelamente incomincia anche una nuova, più matura fase artistica della donna: abbandonate le parti glamour e poco impegnate, punta invece su film più seri e di spessore.

Inizia a muoversi in ambiti diversi dalla cinematografia, come la fotografia e la musica. Nel 1962 intraprende la carriera di cantante, incidendo diverse canzoni e pubblicando alcuni album. Nasce da una sua idea e di Serge Gainsbourg il brano Je t’aime…moi non plus, la «più bella canzone d’amore mai scritta», come fu definita ai tempi. Sempre al ’62 risale l’interessamento di Brigitte Bardot, convinta vegetariana, per le tematiche dell’animalismo e dell’ambientalismo, che l’ex attrice porta avanti ancora oggi e di cui è tra le più autorevoli portavoci europee.

Nonostante i numerosi impegni e interessi, continua anche la carriera nel mondo del cinema: è ormai diventata talmente famosa che, nel 1965, arriva addirittura a interpretare sé stessa nel film Dear Brigitte. Ma BB è una forza della natura, tanto bella quanto imprevedibile: nel 1974, con più di cinquanta film alle spalle, annuncia a sorpresa il ritiro dalle scene. Sta per compiere quarant’anni ed è all’apice della carriera: non si potrebbe capire la scelta di abbandonare il cinema, se non si cercasse di comprenderne anche il lato umano.

La Bardot è stata una donna bellissima e sensuale, che ha tuttavia sempre manifestato un grosso difetto per l’ambiente che l’ha resa famosa: sa usare il cervello (e pure bene). Capisce di avere già dato tutto il possibile per il cinema e che, arrivata all’apice, non avrebbe potuto che scendere. Decide quindi di abbandonare il mondo dei famosi e di calare il sipario nella maniera più dignitosa possibile: quando si è ancora sulla cima.

Sono in molti, soprattutto fra gli amanti del gossip, a rimpiangere questa sua scelta. Tuttavia Brigitte Bardot sa ancora far parlare di sé, grazie anche alla travagliata vita privata e alle numerose love stories. Si sposa infatti ben quattro volte e intreccia relazioni sentimentali con numerose personalità dell’epoca. L’ultimo matrimonio, risalente al 1992, è anche quello più felice e duraturo, tanto è vero che BB è ancora sposata col suo ultimo marito, Bernard d’Ormale, noto esponente del Front National.

Sebbene non si sia interessata attivamente alla politica, la Bardot non ha mai nascosto né il suo essere di destra, né la sua vicinanza al Front National. Una scelta che testimonia ancora una volta il coraggio e l’intelligenza fuori dal comune dell’ex attrice parigina, se teniamo conto dell’immenso potere che la sinistra detiene sul mondo artistico e culturale francese.

A causa delle prese di posizione coraggiose e fuori dal coro, come la critica all’islam e la recente solidarietà espressa al movimento pro-famiglia Manif Pour Tous, è stata spesso oggetto di attacchi da parte della stampa e dell’intellighenzia progressista e di sinistra. Ma BB, più bella e ribelle che mai, sorride beffarda in faccia alle accuse e continua temeraria per la propria strada. La Francia tutta, dove il Front National schizza nei sondaggi come il primo partito, la segue speranzosa. Noi, da parte nostra, continuiamo ad ammirarla: ieri per la sua bellezza e sensualità, oggi per la sua forza e temerarietà.

Minamoto

Nuvolari: il mantovano volante [storia]

1946 GP de Marseilles, Tazio Nuvolari

«Nessuno accoppiava, come lui, una così elevata sensibilità della macchina a un coraggio quasi disumano». Bastano poche parole pronunciate da Enzo Ferrari per capire chi fu Tazio Giorgio Nuvolari, uno dei primi miti dello sport mondiale e autentica icona dell’Italia tra le due guerre.

Nato a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, il 16 novembre 1892, Nuvolari incarnò alla perfezione lo spirito italiano del tempo, teso, complici le grandi vittorie coloniali e della Prima Guerra Mondiale, a celebrare la tecnologia, la velocità e il coraggio, simboli di espansione e desiderio di rivalsa, dopo un lungo passato di provincialismo e subordinazione nei confronti delle altre potenze europee. Figlio di una coppia benestante, dopo aver prestato servizio come autista di camion nel Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1920 iniziò la carriera di corridore non come pilota di automobili, bensì come motociclista. In seguito ai primi successi divenne un pilota professionista, raggiungendo una notevole popolarità alla guida di motociclette Bianchi, con le quali si laureò campione italiano ed europeo.

Fu tuttavia il passaggio alle quattro ruote a destinare Tazio all’immortalità, complici un’incredibile tenacia che gli consentì, negli anni, di concludere gare con l’auto danneggiata o in fiamme, e un’innata classe dalla quale scaturì un rivoluzionario stile di guida basato sulla sbandata controllata, in grado di garantire al pilota di percorrere le curve in velocità per poi uscirne col gas spalancato. Celeberrima fu la promessa, poi mantenuta, fatta a Gabriele D’Annunzio di vincere la Targa Florio nel 1932, dopo che il poeta aveva regalato al pilota ormai famoso il talismano che lo accompagnerà per il resto della carriera: una tartaruga d’oro con la dedica «All’uomo più veloce, l’animale più lento», poi divenuta suo simbolo personale.

Nel corso degli anni Trenta, Nuvolari vinse tutte le gare automobilistiche più celebri: felicissimo fu il suo rapporto con l’Alfa Romeo, il cui reparto corse all’epoca era gestito da Enzo Ferrari. Al 1935 risale forse la sua vittoria più famosa, ottenuta sul leggendario circuito tedesco del Nürburgring, ove, dopo una durissima gara d’inseguimento, superò le moderne Mercedes e Auto Union con una piccola e poco potente Alfa P3. Dopo la pausa dovuta al secondo conflitto mondiale, l’attività agonistica di Tazio proseguì fino al 1950, giusto in tempo per guidare le prime vetture costruite dalla Ferrari, dal 1947 non più semplice scuderia, ma casa automobilistica indipendente.

Nuvolari morirà nella sua Mantova l’11 agosto 1953, appena tre anni dopo l’ultima corsa. Ai funerali parteciperà l’intera città, i più celebri piloti del periodo e lo stesso Enzo Ferrari, giunto in tutta fretta da Modena.

Ma che cosa ha reso Nuvolari un’autentica leggenda, a differenza dai molti campioni venuti dopo? Probabilmente il fatto che all’epoca le corse automobilistiche rappresentassero lo sforzo tecnologico di un intero Paese: il veicolo non esprimeva, come oggi, lo stato dell’arte di una singola azienda multinazionale, bensì la capacità produttiva e intellettuale di un popolo. Prima delle enormi trasformazioni dovute alla globalizzazione, l’automobile da corsa era progettata, costruita e pilotata, salvo rare eccezioni, da cittadini di uno stesso Paese: il prestigio della vittoria aveva dunque riferimenti reali e pratici, a differenza di oggi, ove a competere sono grandi squadre internazionali appartenenti a cordate finanziarie in continuo mutamento. Non a caso, fino agli anni Sessanta le auto da gara erano dipinte con i colori assegnati al Paese di appartenenza, in una sfida meccanica fra le diverse tradizioni motoristiche: al celebre Rossocorsa italiano erano contrapposte le vetture inglesi dipinte nel classico British Racing Green, le auto tedesche bianco-argento e le francesi in Azzurro Francia.

La leggenda dei piloti nacque perché essi non erano efficienti professionisti pagati da munifici sponsor, bensì esecutori materiali dell’eccellenza tecnologica e industriale del proprio Paese, fondendo nella corsa automobilistica aspetti naturali quali il coraggio, la competizione e il continuo superamento dei limiti, a elementi puramente tecnici. Nuvolari non fu dunque un semplice corridore: per l’Italia di allora, per fortuna ancora priva delle moderne ansie da airbag, fu una sorta di cavaliere contemporaneo, in grado di rappresentarne l’avanguardia e di fondere il romanticismo della sfida con l’asettica ricerca della velocità senza compromessi.

Snake Plissken

Giornale universitario «Sole e acciaio» N.9 Settembre-Ottobre 2013

Sole e Acciaio N9 copertina

  • Leggi on-line tutti gli articoli:
  1. Il sentiero degli eroi [editoriale] – Scevola
  2. Tolkien, artefice di eroi [cultura] – Minamoto
  3. Storia di Evgenij [storia] – Ludovico Van
  4. Arrivano le aquile [Kali Yuga] – Steppenwolf
  5. Meditazioni delle vette [l'eternità del mito] – Spartacus
  6. L’Alcova d’acciaio [recensione libro] – Spartacus
  7. Pica! [recensione musicale] – Ludovico Van
  8. L’ultima regina del Perù [racconto] – Scevola

« No, non terminano mai i racconti.
Sono i personaggi che vengono e se ne
vanno, quando è terminata la loro parte.
La nostra finirà più tardi… o fra breve. »

John R. R. Tolkien

Fight Club [recensione libro]

Ha riscosso grande successo tra il pubblico il recente film prodotto da David Fincher Fight Club; meno noto invece è l’omonimo romanzo scritto nel 1996 e da cui la pellicola è stata tratta. Si tratta di uno dei rari casi di reinterpretazione cinematografica ben riuscita: di fatti, chi leggesse il libro troverebbe un riscontro fedele nelle scene del film; e viceversa.

Ufficialmente il romanzo compare nella sotto-categoria «satira», ma crediamo che sia riduttivo affibbiargli un genere preciso. Secondo alcuni, «di protesta» è il termine giusto, per altri invece l’aggettivo chiave è «nichilistico»; secondo noi è semplicemente «rivelatore». Fight Club inizia con lo stravolgimento della vita – narrata in prima persona – del protagonista, che un giorno qualsiasi, tornando come ogni sera dal lavoro, trova il suo appartamento completamente distrutto. Gli oggetti da cui traeva soddisfazione in maniera quasi feticista vanno irrimediabilmente persi. Tutto il suo equilibrio, che gravitava attorno a quella casa, viene meno. L’unica sua salvezza resta Tyler.

Tyler Durden, personalità inquietante e carismatica, diventa la sua guida spirituale e materiale, lo inizia a una nuova vita e soprattutto a una nuova concezione della vita. Nel corso della narrazione si rivelerà essere il colpevole della distruzione dell’appartamento, nonché alter ego del protagonista stesso. Tyler è dunque una proiezione mentale, non è reale. O per lo meno non è materiale: perché Tyler è un’idea, una filosofia.

La schiettezza di Palahniuk riesce a fotografare perfettamente l’assioma della modernità in poche righe: generazioni di uomini giovani e forti, desiderosi di dare la loro vita per qualcosa, ma spinti dalla pubblicità a lavorare ed affannarsi per comprare vestiti ed automobili di cui non hanno bisogno; posseduti da quello che credevano di possedere. Questo è l’esercito che Tyler combatte, con una schiera contrapposta di uomini nuovi, liberi dalla schiavitù delle cose, che egli addestra nell’impero da lui creato tramite nuovi Fight Club sparsi per il mondo.

Lo stile dell’autore ucraino è diretto e immediato. Brevi sentenze si susseguono, i dialoghi si intrecciano e i monologhi si scaglionano lungo la pagina. Anche solo sfogliandolo ci si rende conto che questo libro possiede un taglio atipico. Così come del resto atipici risultano il messaggio, i personaggi e la trama. La citazione che più ha colpito il pubblico dei lettori potrebbe – se non fosse per la lunghezza – conferire il titolo all’intera opera: «La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club.»

Spartacus

Il richiamo della foresta [recensione libro]

Preludio alla più celebre opera Zanna bianca, Il richiamo della foresta è un significativo romanzo avventuroso dello scrittore americano Jack London, ambientato ai tempi della «corsa all’oro» di fine XIX secolo, attività febbrile di ricerca e setaccio nella valle del fiume Yukon, al confine con l’Alaska. La narrazione si snoda lungo un grande percorso geografico, che, in un climax sempre più intenso, si inerpica dal tepore della California verso le più fredde e impraticabili lande del nord, dove la sopravvivenza è regola di vita. La trama potrebbe sembrare quella di un normale diario di bordo; non fosse che il protagonista, riportato in terza persona, è un cane. E qui sta, a nostro avviso, la genialità dell’autore: nel trasferire al mondo animale pensieri e atteggiamenti prettamente umani.

Buck è un possente incrocio tra un San Bernardo e un Collie che, sottratto forzatamente all’ozio del sud per essere impiegato come animale da slitta, è costretto a una trasformazione radicale nel corso della spedizione. Vive il trauma del cambio di clima, impara la legge primordiale «della zanna e del bastone», si adatta tanto al lavoro di squadra quanto al tacito codice del branco, arrivando finalmente ad assumerne il comando, non prima di aver annientato in un duello mortale il suo rivale.

Il suo viaggio, apparentemente lineare, ha in realtà un doppio filo: è anche un ritorno alle origini. Buck sente sempre più forte il richiamo del lupo che è dentro di lui; coglie odori mai fiutati, prova istinti mai vissuti, arriva a identificarsi con la propria essenza primitiva. Il sangue degli antenati lo inonda e lo pervade di uno spirito che in lui era solamente assopito.

La prosa incantevole di London offre molti spunti di riflessione, in primis sul rapporto tra l’uomo (il cane) e il suo istinto primordiale (il lupo), tra la civiltà e l’incontaminato. Il lettore si trova di fronte alla fotografia di una contraddizione, al resoconto di un urto; è condotto per mano davanti – ma non oltre – al bivio, per poter scegliere da solo il suo prossimo passo. Dal canto suo, il protagonista ha già scelto: la strada dell’«involuzione» che ha percorso per tutto il romanzo trova in lui piena realizzazione.

Spartacus

« Nel cuore della foresta risuonava un richiamo emozionante, misterioso e attraente; tutte le volte che lo udiva si sentiva costretto a voltare le spalle al fuoco e alla terra battuta che lo circondava per addentrarsi nella foresta, sempre più avanti… »

Ritorno alle origini [racconto]

Un libro. Ne aveva uno particolare tra le mani e lo faceva scorrere tra le dita, sdraiato sul divano nuovo. Leggeva e meditava, ma non su quello che c’era scritto: i pensieri erano rivolti alla festa della sera prima e alla stupidità umana, alle frivolezze mondane e alla decadenza spirituale. «È pronto!» strillò una voce. Lo stomaco, sempre saturo fino al midollo di corn flakes, zucchero e biscotti di burro, fece un rantolo di nausea all’idea del cibo. Da due pasti al giorno l’uomo si era ridotto a farne cinque o addirittura sei: pensava a questo, mentre sfogliava quel libro dalle pagine giallastre che profumavano di antico.

«Quello che chiamiamo cultura, che chiamiamo spirito, anima, che diciamo bello, sacro, è forse un fantasma morto da gran tempo e considerato autentico e vivo soltanto da quel paio di pazzi che siamo noi?»

Fantasticava e si sentiva in colpa verso sé stesso per la pancia piena, per il divano comodo e il cioccolato al latte del discount. In quel buco di negozio sempre sporco lavoravano tre pakistani, di cui due minorenni, provenienti da una famiglia i cui componenti dovevano contarsi su due mani. Pensava, non senza un pizzico di nostalgia, che su quelle fondamenta dieci anni prima c’era ancora la bottega dello «Stacanù», un suo vecchio compaesano dallo «zoccolo duro», chiamato così per via di una storpiatura in idioma locale dell’infaticabile lavoratore russo. Aveva continuato a lavorare senza tante lamentele fino a ottant’anni, poi si era lasciato morire dalla disperazione quando era stato allontanato dalla sua piccola attività, la sua certezza di vita. Ora entrandovi non c’erano più le caramelle colorate sul bancone, non c’era più quel sorriso sdentato che ti chiedeva come andava la scuola – e non c’era verso di raccontargli una bugia. «Va là, che ho visto più primavere di te!» tuonava da sotto i baffi spessi con affetto paterno. Quella primavera per lui era stata anche l’ultima.

La gente del paese però era più contenta rispetto a dieci anni prima, perché al discount i prezzi erano più bassi, avevano costruito l’autostrada sotto al paese e i guadagni delle acciaierie erano più che triplicati. A poco era valsa la protesta rumorosa di un contadinotto, un personaggio retrogrado che sembrava sbucato da un monastero medievale, a cui andrebbe insegnato che asfaltare un vecchio cimitero e il campo di suo padre è il prezzo da pagare per la civiltà. Per avere l’automobile e il telefono cellulare, l’antenna satellitare e il divano in pelle sintetica; lo stesso divano che ora lo tormentava e lo metteva a disagio. Era come se tutto quel mondo andasse stringendoglisi alla gola, alla maniera di un’elegante cravatta troppo tirata. Proseguì nuovamente con la lettura:

«Un uomo che intuisce i cieli e gli abissi dell’umanità non dovrebbe vivere in un mondo dove regnano il buon senso, la democrazia e la civiltà borghese.»

Sentì la stanza sempre più stretta sopra di lui, le pareti vicine, il soffitto basso. Un appunto, scritto a matita qualche mese prima in fondo alla pagina, bastò a far traboccare il vaso. Recitava:

«Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti dentro di sé.»

Posò il libro tra le ginocchia e si allacciò gli scarponi. Non avrebbe mangiato quel giorno, non avrebbe mangiato più su una tavola apparecchiata. Prese poche cose; lo zaino per la montagna era sempre ben attrezzato e non c’era che da portarlo con sé. Qualche libro, un quadernetto per gli appunti, un gessetto bianco, nient’altro. Si assestò un berretto verde militare sui capelli, spettinandoli. Quel copricapo era un ricordo prezioso del vecchio bottegaio, che l’aveva accompagnato in tante scarpinate sui monti.

Fuori le giornate iniziavano ad accorciarsi e, benché fosse mezzogiorno, i raggi del sole giungevano sempre più pacati. Aperta la porta lo investì una brezza leggera, nuova eppure così familiare. Prima di sbattere la porta dietro di sé, compiendo quel gesto con riverenza e fierezza insieme, fece in tempo a sentire le ultime voci che lo chiamavano dalla casa. Sfumarono e si troncarono con un suono metallico, il più soave che avesse mai sentito. Guardò il cielo e sorrise.

Mosse con apprensione i primi passi, in punta di piedi, come avesse paura di farsi sentire; ma arrivato alla piazza centrale già faceva schiantare gli scarponi al suolo, cadenzando un immaginario rullo di tamburi. In giro non c’era un’anima, così prese l’occasione per usare il gessetto. Si appostò davanti alla vecchia cascina adibita a lavanderia e vi impresse a grandi lettere maiuscole:

«Non avvertire la putrefazione del mondo moderno è sintomo di contagio. La vostra civiltà non ha cancellato niente!»

Fece qualche passo indietro per ammirare la scritta: era perfetta. Al pomeriggio tutti l’avrebbero letta. Iniziò a salire dove la via ciottolata si inerpica verso l’antica pieve, un edificio abbandonato a sé stesso e tenuto in ordine solo grazie a una generosa vecchietta, chiamata da tutti «la monaca». Questa tutte le mattine si recava alla chiesetta a pregare e accendere un cero per il suo unico figlio. Una volta l’aveva sentita dire: «Tutto mi ha donato il Signore, tranne una cosa: morire accanto a mio figlio. È toccato a me seppellirlo». Era quello il peccato che espiava ogni mattina. Raccolse tra le mani il libretto dei visitatori, inesorabilmente bianco, alzò la matita e la tenne in bilico per qualche secondo, meditando. Poi l’illuminazione. Prese a picchiettare sulla carta tracciandovi un messaggio emblematico:

«La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere.»

Si astenne deliberatamente dal firmarsi: conta più il messaggio dell’autore, pensava, scaturendo nella sua mente migliaia di considerazioni sull’identità pirandelliana, le maschere dell’uomo, la caducità dell’individuo e l’eternità della sua fama. Uscendo dal rudere semibuio accennò leggermente ad un inchino, come segno di riverenza verso il dolore della vedova. Riprese quindi senza altre esitazioni la strada in salita, marciando sugli ultimi fiori e le prime foglie secche della stagione; aveva dimenticato quanto fosse bella la natura quando cambia pelle, tramontando verso l’inverno insieme al percorso del sole. Ma nel fuoco incrociato di quelle riflessioni si arrestò bruscamente, rimanendo immobile. Aveva scorto qualcosa muoversi tra le fronde, troppo grosso per essere uno scoiattolo. Si accasciò al suolo, sporgendosi dal sentiero solo con il busto, e vide qualcosa che non avrebbe mai pensato di trovare a quell’altezza. Un cinghiale, piccolo ma maestoso nel pelo lucido e nella postura, lo guardava fisso con un paio di occhietti neri e intensi: bastò il minimo movimento perché si desse alla fuga.

Senza pensarci un attimo scattò in piedi e cominciò a correre nella direzione dell’animale: saltava i sassi, spezzava i bastoni, schiacciava i rovi con i piedi, spiccando ampi balzi quando poteva scavalcarli. Stava rincorrendo un cinghiale, lo zaino ancorato alla schiena e un rametto di felce tra i denti; stava compiendo un gesto spontaneo e primitivo, tra il romantico e l’epico. Qualche chilometro più in là era una normalissima domenica di ottobre, già passata per metà sul divano caldo a godersi la diretta dal campo di qualche stadio vuoto; e lui inseguiva un cinghiale. Nell’estasi della corsa gli tornò alla mente il significato che i suoi antenati conferivano a quel portentoso mammifero, offrendogli lo spunto per rivivere con la mente i bei tempi in cui ogni animale poteva essere un Dio. Anche lui nella sua epoca, in cui le divinità erano fatte di pixel e cavalli vapore, doveva inventarsi nuove divinità, propiziandole nel fuoco dei riti notturni con un ululato alla luna che gli si strozzava in gola.

Grondante di sudore, soddisfatto e felice, d’un tratto uscì dal bosco e si ritrovò in una radura in cui non era mai stato. Era una visione incantevole: da lì si poteva scorgere la parte interna della valle, troppo erta per ospitare abitazioni, uno degli ultimi baluardi del pianeta in cui regnava incontrastata la natura. Dimenticando per un attimo la sua preda, ammirò il paesaggio col fiato sospeso e i muscoli ancora caldi per la galoppata. Si acquattò ai piedi di una grande quercia, di quelle che forse vegliavano da trecento anni e avevano visto le epoche in cui l’uomo rendeva loro omaggio, per l’ombra e per il fuoco. Estratto il coltellino dalla tasca, incise alcuni caratteri sul legno. Rilesse compiaciuto scandendo le parole: aveva lasciato il suo messaggio anche alla foresta.

«L’antico desiderio dell’animale risorge ribellandosi alla catena delle abitudini; l’istinto primordiale si ridesta dal suo letargo.»

Lasciò cadere lo zaino a terra, prese un bastone abbastanza robusto e si incamminò nuovamente verso il bosco; ma non per tornare a casa. Si diresse verso nord, senza una vera meta, ma con un obiettivo: tornare indietro, prima dei troppi errori della storia, per catturare quel cinghiale e offrire finalmente un Dio in libagione agli Dei. Per arrivare sul più alto dei monti e scolpire nella roccia le sue ultime parole:

«Il vero spirito libero non è un sognatore di passati soppressi, ma un cacciatore di ombre sacre sulle colline dell’eternità.»

Spartacus